Uno studio condotto dall’Istituto zooprofilattico sperimentale di Teramo spiega come si evolve, dall’Africa all’Europa, quella che sta rappresentando sempre più una preoccupazione globale per le autorità sanitarie. In primis nell’ambito trasfusionale

Ormai da diverso tempo siamo abituati a sentirne parlare con l’inizio della stagione estiva. O, quantomeno, da quando le temperature iniziano a farsi più miti. Stiamo parlando del West Nile Virus (WNV), una delle infezioni più diffuse a livello mondiale, tanto da rappresentare una preoccupazione in costante crescita per le autorità sanitarie di tutto il mondo. In particolare nell’ambito trasfusionale.

Come sappiamo, infatti, già dal mese di maggio fino a novembre, nel nostro Paese vengono applicate le misure di sorveglianza per contenere la diffusione del virus attraverso la trasfusione di emocomponenti labili. Tra queste, la raccomandazione ad effettuare il test WNT NAT come alternativa alla sospensione di 28 giorni dalla donazione per i donatori che hanno trascorso anche solo una notte in una delle aree che diventano oggetto delle misure di contenimento, contenute nel decreto ministeriale del 2 novembre 2015 “Disposizioni relative ai requisiti di qualità e sicurezza del sangue e degli emocomponenti”.

Ma come si sviluppa il West Nile Virus? Dove nasce e come si diffonde attraverso i vari contenenti? A provare a rispondere a queste domande è stato l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale (IZS) di Teramo che, in una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications, ha scoperto percorsi complessi che legano Africa ed Europa in merito all’interazione tra zanzare e uccelli migratori.

Nonostante nella maggior parte dei casi chi contrae il virus non accusi sintomi, nel 20% degli infettati si sviluppa una forma chiamata, appunto, “febbre West Nile”. Nell’1% dei casi, invece, possono manifestarsi complicanze neurologiche potenzialmente mortali, in particolare in soggetti anziani o in chi ha un sistema immunitario compromesso. È proprio in virtù di questi dati che i sistemi sanitari e il mondo della ricerca hanno puntato i fari sul virus con l’obiettivo di capirne fino in fondo le modalità di trasmissione e pianificare interventi efficaci di prevenzione dell’infezione.

Al centro delle dinamiche di diffusione del virus ci sono gli uccelli e le zanzare, in particolare quelle del genere Culex (la zanzara che siamo abituati a trovare anche in Italia). Gli uccelli infetti vengono punti dalle zanzare che, nel giro di una settimana, possono trasmettere nuovamente il virus ad altri uccelli. Queste stesse zanzare, tuttavia, si nutrono anche del sangue di esseri umani, cavalli e altri mammiferi, con conseguente trasmissione del virus. Una curiosità: i mammiferi sono considerati “vicoli ciechi” per il virus. Significa, più semplicemente che, anche se infetti, nel loro sangue non si sviluppano livelli sufficientemente elevati di virus e quindi non possono trasmetterlo di nuovo ad altre zanzare. Ecco perché sono gli uccelli, inclusi quelli migratori, i veri protagonisti di questa storia.

Per comprendere meglio come si diffonde il WNV, i ricercatori hanno utilizzato alcune tecniche avanzate di analisi genetica, grazie alle quali sono riusciti a ricostruire l’albero evolutivo dei vari ceppi di virus: a queste informazioni sono state aggiunte ricostruzioni geografiche sull’evoluzione dell’infezione. La combinazione dei due metodi ha permesso di delineare le rotte di diffusione del virus, fornendo dettagli sulle sue origini e sulla modalità con cui si è diffuso nel corso del tempo. La ricerca, in particolare, si è concentrata su due principali varianti del virus (L1 e L2) con storie e percorsi evolutivi diversi. Come spiega in una nota ufficiale Giulia Mencattelli, dell’IZSAM (l’Istituto zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise) e prima coautrice del paper con Andrea Silverj e Marie Henriette Dior Ndione, «il WNL L2 ha una storia evolutiva piuttosto semplice: ci sono stati pochi eventi che hanno visto la sua introduzione dall’Africa del Sud all’Europa, un percorso a senso unico, diciamo. Molto più interessante, invece, è risultato il WNV L1, che sembra avere una storia particolarmente complessa con molteplici sottogruppi e diversi flussi genetici tra Paesi e continenti. In dettaglio, esiste un vero e proprio “corridoio” tra Senegal, Marocco e i Paesi europei del Mediterraneo occidentale, come Portogallo, Spagna, Francia e Italia. Ma secondo le nostre analisi non è un percorso a senso unico: avvengono anche introduzioni che vanno dall’Europa all’Africa».

Dati genetici e geografici, poi, evidenziano come le rotte migratorie degli uccelli e la diffusione del WNV sembrino sovrapporsi. Questo suggerisce un possibile ruolo cruciale degli uccelli migratori come trasportatori del WNV tra diverse aree geografiche. «Ma i volatili rappresentano solo uno dei fattori – aggiunge Giovanni Savini, anche lui dell’IZSAM, coordinatore del gruppo di ricerca – Dobbiamo anche comprendere a fondo il ruolo delle zanzare e la risposta immunitaria dei vari ospiti. Ad esempio, entrambi i lineage, L1 e L2, infettano le stesse specie di uccelli, ma sappiamo che L1 sembra diffondersi più efficientemente di L2. Questo potrebbe essere dovuto a fattori diversi che ora puntiamo ad esplorare».

L’integrazione dei dati genetici virali con informazioni relative ai movimenti degli uccelli migratori e alla suscettibilità all’infezione delle varie specie potrà portare a una comprensione più profonda di come il virus si diffonde. Informazioni fondamentali per prevedere e mitigare l’impatto delle future epidemie, costituendo un modello di studio anche per altri virus emergenti.

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